«Pregare per la pace, lavorare per la pace, meno odio. Sempre sta aumentando l’odio nel mondo». È solo il più recente degli appelli di Leone XIV, che martedì sera ha condiviso con giornalisti in attesa della sua uscita dalla residenza di Castel Gandolfo. «Cercare veramente di promuovere il dialogo» e «cercare soluzioni, senza le armi, per risolvere i problemi»: queste le esortazioni del Papa a Villa Barberini dopo che la domenica precedente, da una parrocchia della periferia romana, aveva già fatto arrivare tutta la sua apprensione per l’innesco della spirale di violenza in Medio Oriente. «La violenza non è mai la scelta giusta», aveva detto, facendo eco a quanto espresso all’Angelus sul conflitto nella regione mediorientale e in Iran: «La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile». Dinanzi alla possibilità di una «tragedia di proporzioni enormi», l’accorato appello alle parti «ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile!». Poi la sottolineatura del ruolo fondamentale della diplomazia che, secondo Leone XIV, deve essere ritrovato e promosso per «il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia».
Nel Mercoledì delle Ceneri, il Papa aveva messo a fuoco il significato edificante di «sentirsi popolo». Si tratta, diceva, di un sentimento che si esprime «non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto». Le strategie di potenza militare non danno futuro, rimarcava ancora l’8 febbraio; futuro che invece risiede nel rispetto e nella fratellanza dei popoli. E, mentre insisteva per la concessione di una tregua olimpica in occasione dei Giochi invernali di Milano-Cortina, tornava a implorare, all’inizio del mese scorso, di «fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni». Per un Medio Oriente scosso da «persistenti tensioni» — il riferimento era soprattutto all’Iran e alla Siria — il suo auspicio all’Angelus dell’11 gennaio si traduceva nel coltivare «con pazienza il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società».
Nella messa di inizio 2026, il successore di Pietro, con parole inequivocabili, metteva in guardia dal fatto che «il mondo non si salva affilando le spade», giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura. Un atteggiamento, quello caldeggiato dal Papa, contrario alle strategie di morte che oggi avvolgono il globo. «Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi». E sull’ipocrisia di cui la guerra si nutre, il Papa tornava, già in occasione del Giubileo della Diplomazia, a metà dicembre: «Disarmiamo i proclami». La purificazione di tanti discorsi, osservava Leone XIV, non sta tanto nella loro bellezza e precisione, quanto nella onestà e prudenza che li innerva. Il contrario della mediazione, diceva, non è il silenzio ma l’offesa, che si arma di menzogne, propaganda e ipocrisia.
Dagli attriti tra Thailandia e Cambogia al cuore del continente africano, dalla martoriata Ucraina al Sudan, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Cabo Delgado in Mozambico: l’appello reiterato è sempre quello a far tacere le armi per intraprendere seriamente la via del dialogo. Lo ripeteva a inizio dicembre, congedandosi dal Libano, nell’ambito del suo primo viaggio apostolico: «Le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano». «La via dell’ostilità reciproca e della distruzione nell’orrore della guerra — le parole alla messa celebrata a Beirut, in quel Paese dei Cedri che è tornato a tremare — è stata percorsa troppo a lungo. Occorre educare il cuore alla pace». La pace non è solo un equilibrio, diceva Leone XIV alle autorità di una nazione dove la riconciliazione è «un cantiere sempre aperto». E aggiungeva che la pace si costruisce innestandola continuamente sulle istanze di verità e riconciliazione.
In apprensione per i cristiani perseguitati nelle zone di conflitto, gli appelli del vescovo di Roma sono stati di incoraggiamento e speranza anche perché non siano costretti a fuggire dalle loro terre. Nelle intenzioni di preghiera per il mese di dicembre, ad esempio, li evocava come «semi» di riconciliazione. Cristiani come «profezia» di pace (dal discorso ai vescovi italiani riuniti ad Assisi per l’Assemblea generale), cristiani come «testimoni» di pace (dal libro Leone XIV La forza del Vangelo. La fede cristiana in 10 parole, Lev 2025). Perché la pace, è ciò che ripete di continuo il Papa, è qualcosa che matura dentro ciascuno forgiandosi alla sequela di Gesù. È qualcosa di tangibile, da ancorare a Dio, all’unità tra le Chiese per superare intolleranza, violenza, esclusione. Così, infatti, il Pontefice sottolineava nel novembre scorso in Türkiye, insieme ai leader religiosi che a una voce sola levavano l’universale anelito alla concordia tra i popoli. Un incontro che ricalcava, nei toni, nello stile e nei contenuti, quello di fine ottobre al Colosseo con Leone XIV che chiosava l’evento “Osare la pace”, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. «Solo la pace è santa. Basta guerre con i loro cumuli di morti, basta!», erano state le sue parole in quella circostanza, utile anche a sgombrare il campo da ogni malintesa concezione della fede: «Guai a chi cerca di trascinare Dio nel prendere parte alle guerre. Dio chiederà conto a chi non ha cercato la pace o ha fomentato conflitti». Perché, come aveva già rammentato il 7 settembre, alla messa di canonizzazione di Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, «Dio vuole la pace».
Anche la fame si può trasformare in arma di guerra. Lo ha denunciato Leone XIV nella visita alla FAO a metà ottobre, arrivando a dire che questo è un vero e proprio «crimine», un fallimento collettivo. E il 21 settembre, nella messa presieduta nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano, rivolgendosi ai governanti il Papa si raccomandava che il denaro non fosse impiegato nelle armi. La preoccupazione del Pontefice era per una distorsione dei fini che genera una violenza schiacciante per interi popoli, vittime anche di una «spudorata indifferenza». A tenere accesi i riflettori, soprattutto sui cosiddetti conflitti dimenticati, devono continuare ad essere gli operatori dell’informazione i quali, sottolineava il Papa, hanno bisogno di essere tutelati. «Fare il giornalista non è mai un crimine, liberare i reporter imprigionati», scandiva il Pontefice nello stesso mese di ottobre ricevendo in Vaticano l’associazione MINDS International. Serve multilateralismo per la risoluzione dei conflitti, ribadiva al Quirinale in visita al presidente della Repubblica italiana, dove invitava ad ascoltare il grido e a guardare i volti dei tanti «travolti dalla ferocia irrazionale di chi senza pietà pianifica morte e distruzione».
Nel mese di agosto, a ottant’anni dai bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, c’è stato un duro monito contro la «devastazione» nucleare. Bisogna impegnarsi collettivamente, ricordava già a giugno, da poco eletto al soglio pontificio: «Nessuno minacci l’esistenza dell’altro».
L’impegno della Santa Sede resta più che mai valido: «Perché questa pace si diffonda, io impiegherò ogni sforzo», era la promessa del Papa, in occasione del Giubileo delle Chiese Orientali, a maggio. «La Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi. Col cuore in mano, dico ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo!». Parole che non possono essere archiviate.
ANTONELLA ROMANO
Osservatore Romano


